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15 giugno 2009
Archivio Articoli di Michele Traficante Vol.6.2009

Archivio Articoli
di Michele Traficante
Vol.6.2009





1) - LA NON VIOLENZA:ASPIRAZIONE IRREALIZZABILE? (11 Aprile)
2) - GIOVANNI PLASTINO, EDUTATORE LUCANO (13 Aprile)
3) - NICOLA RUSSO, MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE (23 Aprile)
4) - G.FORTUNATO FRA QUESTIONE MERIDIOANLE E UNITA’ D’ITALIA (27 Aprile)
5) - IL FEDERALISMO: INCOGNITE PER IL MEZZOGIORNO. (4 maggio)




1) - LA NON VIOLENZA:ASPIRAZIONE IRREALIZZABILE?
Se n’è discusso a Matera  in un convegno della sez. luc. della Soc. Filos. Italiana
di Rocco Zagaria



Come la violenza ha afflitto l’umanità fin dalle origini ( il fratricidio di caino ne è un’indicazione eloquente), così fin dai primordi della civiltà si sono levate voci invocanti la non violenza. Il mahatma Gandhi, gigante dell’ideale della non violenza, infatti vigorosamente sostenne che molti secoli prima di Cristo in oriente era stato predicato il rifiuto di ogni tipo di violenza da grande saggio, e ricordo, tra gli altri, Budda, Zorocastro, Mosè, Gesù, disse ancora Gandhi, assimilò il meglio della sapienza orientale e divinamente insegnò la dottrina dell’amore per il prossimo, della carità e del perdono. Il cristianesimo ha diffuso in tutto il mondo, soprattutto in Occidente, l’esigenza della pace dando testimonianze luminose con apostoli e martiri a migliaia. Dunque l’ultimo secolo esponenti illuminati dalla fede cristiana, d’intesa spesso con rappresentanti eminenti di altre confessioni religiose, hanno promosso istituzioni finalizzate ad evitare le guerre (la Società delle Nazioni, il Tribunale internazionale, L’ONU); hanno dato vita a movimenti pacifisti ( glorioso quello di Martin Luther King); hanno propiziato documenti solenni di rispetto dei diritti umani ( la Dichiarazione universale del 1948). Ma, purtroppo, tutte queste nobili iniziative non sono riuscite a ridurre consistentemente il flagello delle violenze: queste continuano ad imperversare negli scontri degli eserciti e si abbattono con particolare crudeltà su folle di innocenti a causa di bombardamenti micidiali. Non solo, ma in misura forse maggiore che in passato la violenza avvelena i rapporti interetnici, infama le pareti domestiche con infanticidi e reati di pedofilia, si esprime con la schiavizzazione terribile delle donne e bambini, avvilisce perfino i luoghi di lavoro con arroganti mobbing. Questo dilagare devastante della violenza ha acuito la consapevolezza della sua gravità, come ha rilevato J.Ellul nel saggio “Contro la violenza”, e tra l’altro ha impegnato la riflessione filosofica fortemente, con analisi su cui ha richiamato l’attenzione l’ultimo convegno della sezione lucana della Società Filosofica Italiana a Matera, dedicato appunto a questo tema. Un ampio condensato della letteratura filosofica del Novecento sulla violenza è il volume “Il logos violata- La filosofia della violenza” di Giusi Strummiello ( ordinario all’Università di Bari) il quale alla sua opera si è rifatto nella pregevole relazione di base svolta in detto convegno. Non pochi sono i pensatori che più o meno distesamente hanno affrontato la problematica della violenza; tra altri, Weber, Heidegger, Weil, Arendt, Sorel, Satre, Adorno, Derida, Levinas, Bendami, Girar, Chesnais, Vattino; Feucault, Zampano ( a parte Aldo Capitini, profeta della non violenza ingiustamente dimenticato), con richiamo alla dialettica hegeliana degli opposti ( A=non A), secondo gran parte dei su citati filosofi il male-violenza s’identifica col bene non violenza: La natura metafisica della violenza porta all’eideggeriano assioma che la violenza è l’essere e nell’essere. Quindi il logos, inteso come razionalità ispiratrice della condotta umana, si è realizzato storicamente nella e con la violenza. La quale iniziò con la stessa creazione” che squarciò la placida notte del nulla”, dice Girar. Nelle civiltà precristiane la violenza si ammanta di sacralità con i sacrifici umani. Si deve al cristianesimo soprattutto la desacralizzazione della violenza , anzi la lotta ad ogni violenza, ad eccezione di quella degli schiavi contro i padroni feroci. Certamente la violenza è all’origine degli stati e della relativa legislazione; s’impone con la tirannide e provoca la controrivoluzione dei rivoluzionari tirannicidi. C’è dunque la violenza giusta accanto a quella ingiusta, quella difensiva contro quella offensiva, quella costruttiva contro quella distruttiva: tra i mille volti della violenza c’è anche quella contro se stessi, che provoca il suicidio. I filosofi di corrente neoidealista tedesca, esistenzialista e relativistica tendono ad affermare l’impossibilità dell’eliminazione della violenza, sulla base della natura metafisica di essa, pur riconoscendo giusta ogni lotta contro la violenza, ed in certo modo accettano che la violenza si faccia un uso “economico”, finalizzato al progresso umano. Ma la corretta illuminata concezione cristiana, alla luce del sacrificio di Gesù a favore dell’umanità e del principio che tutti gli uomini sono figli di Dio, promuove la fiducia nella fratellanza umana, nella pace congiunta alla giustizia sociale, sostiene che il potere può essere scevro da violenza se si basa sul consenso, quindi propugna l’assetto democratico della società civile; odia ogni tipo di guerra, tanto più che la guerra oggi può tramutarsi da strumento di migliore assetto politico a massacro dell’intera specie umana a causa delle bombe atomiche; insiste per l’instaurazione di una politica attenta alle esigenze morali, compreso l’apporto positivo dei massmedia, oggi disgustosamente antieducativi; vuole che la cultura sia creatrice di concordia, non già asservita al potere politico; confida che l’educazione ai valori della famiglia, del lavoro e della società democratica porti i giovani all’amore per il prossimo aborrendo ogni pregiudizio razzistico e degenerazione scaturiva dall’assunzione di droghe: A tale scopo è necessario un intenso impegno di ogni agenzia formativa, soprattutto dei genitori e dei docenti. Queste riflessioni e denunce sono state variamente evidenziate da Maria Concetta Santoro e da Paolo barbaro nei loro interventi programmati, da Michele Tuzio, Emanuele Ricciardi, Michele Cascino, Domenico Elefante, Pasquale Labriola, Vito Cilla e Rossella Zagaria durante la libera discussione nel convegno su citato. 

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2) - GIOVANNI PLASTINO, EDUTATORE LUCANO
Fondatore con Vincenzo Solimena della rivista scolastica
“L’Educatore Lucano”
di Michele Traficante e Pasquale Tucciariello.



Il comune di Rionero in Vulture, negli ultimi anni, ha intitolato numerose strade e piazze a personaggi che si sono particolarmente distinti in vari campi della cultura, della politica e delle arti. Sono stati utilizzati anche nomi di personalità fuori porta che non hanno avuto alcun legame con la comunità rionerese e trascurando concittadini illustri che, per meriti speciali, hanno lasciato tracce significative sulla via dell’elevamento culturale e civile della città. Parliamo specificatamente, per ora, dell’insegnante di scuola elementare Giovanni Plastino (Rionero 1846 - Napoli 1893) e del prof. Vincenzo Buccino (Rionero 1920 - Forlì 2006) dei quali Rionero non ha, finora, riservato nessun ricordo sia per quanto riguarda intitolazioni di strade e sia per altri segni a memoria anche di chi verrà.
Per adesso ci occupiamo del primo. Di Buccino si parlerà dopo.
Giovanni Plastino, di Vincenzo e Maria Longo, nasce a Rionero il 20 aprile 1846. Quinto figlio di una numerosa famiglia (il fratello minore Giuseppe, nato nel 1851 e morto nel 1905, è stato professore universitario e deputato al parlamento italiano), conseguita la “patente” d’insegnante elementare si dedica all’insegnamento presso le scuole comunali del suo paese fino al 26 giugno 1887, quando, dopo 16 anni di lodevole servizio, si dimette per motivi di salute e di famiglia. Nell’accogliere con rammarico le dimissioni così si esprime il sindaco del tempo Nicola Rosario Corona ( 1842-1921) “Disimpegnò l’incarico, e le scuole migliorarono sensibilmente mercé l’opera sua. Il Comune ora perde nel sig. Plastino un bravo, intelligente e vero maestro” (dalla delibera del 28 luglio 1887 del Consiglio comunale di Rionero, in Municipio e Paese, a cura di Michele. Traficante, Rionero in Vulture, il Borghetto, 2005, pagg. 71-73). In precedenza, con deliberazione del 20 ottobre 1884, per gli alti meriti acquisiti nel campo scolastico e della ricerca educativa in genere, l’Amministrazione comunale gli aveva affidato la direzione didattica di tutte le scuole, allora gestite dal Comune.
Il 21 novembre 1874 Giovanni Plastino sposa Elisabetta Anastasia, figlia di Michele e di Carmela Mennella.
Egli non è solamente un intelligente e bravo maestro. Noi lo segnaliamo quale intellettuale serio, pensoso della scuola lucana e animatore d’ardite iniziative editoriali. Così Enzo Cervellino, nel sua pregevole opera Regio Vulturis, tratteggia la figura del Plastino: “Valoroso educatore, vissuto nel secolo scorso, che oltre ad un appassionato impegno da maestro impareggiabile, approfondì tutti i problemi che condizionavano la vitalità della scuola del suo tempo”.
Col forenzese Vincenzo Solimena (1851-1903), anch’egli egregio maestro elementare in servizio a Rionero in Vulture, Giovanni Plastino fonda e dirige la rivista “L’Educatore Lucano. Periodico d’educazione e d’istruzione per le scuole elementari” che oggi costituisce anche una fonte di storia locale politica, sociale, culturale. L’Educatore Lucano viene pubblicato a Rionero ed esce a frequenza pressoché quindicinale dal 10 novembre 1881 al 20 novembre 1883, in 66 numeri, trattando argomenti pedagogici e didattici volti a vantaggio dei bambini, a tutela della funzione dei maestri esposti spesso alle vicende, non sempre favorevoli per la scuola, da parte di amministratori comunali del tempo spesso riottosi se non addirittura ostili all’apertura e al finanziamento delle scuole aperte a tutti. Il quindicinale è anche una riflessione aperta sulle questioni della società del tempo.
I fascicoli del periodico, purtroppo quasi introvabili e quindi poco conosciuti, sono stati ripubblicati, in ristampe anastatiche, nel 1994, in due volumi dall’Università degli Studi della Basilicata - Dipartimento di Scienze Storiche, Linguistiche e Antropologiche, con un lungo e dotto saggio introduttivo del prof. Arturo Arcomano.
L’Educatore Lucano è stata l’unica rivista scolastico-educativa del secondo Ottocento lucano. Essa costituisce una fonte eccezionale non solo per la ricostruzione di uno degli aspetti più significativi della vita regionale, ma anche come il più generoso tentativo di spinta al rinnovamento della scuola e dei maestri quali protagonisti di una più ampia rigenerazione politica e culturale della Basilicata.
“Per conoscere bene i nostri figli, i nostri alunni, bisogna anzitutto metterci nelle condizioni di ricordarci quello che si operava in noi nell’età della fanciullezza, dell’adolescenza. Poi considerando che i fanciulli hanno sovrabbondante la bontà dell’animo, ma che una leggiera irritazione muta facilmente l’affetto in odio, la bontà in malignità, occorre pigliare per primo mezzo di educare quello di usar modi affettuosi e amorevoli”: Così scrive il maestro Plastino in  “L’Educatore Lucano” del 10 novembre 1881. La “spalmata” e altre forme di cattiveria subite dai bambini, che per decenza qui non vogliamo neanche nominare, rimarranno attive per molti altri decenni a Rionero e altrove. Plastino aveva pensato ad una pedagogia e una didattica dell’incoraggiamento con molto anticipo sui tempi, forte di una cospicua cultura romantica per l’essenza innovatrice ed originale delle tesi che accompagnavano l’azione educativa. Di qui il titolo della rivista, L’Educatore Lucano, appunto, volto alla rivalutazione del sentimento e della fede, all’amore per la storia, alla libera espressione della creatività soggettiva. Una cultura, quella di Plastino, che si apre alle più emergenti tematiche italiane ed europee in merito alle definizioni e al senso da dare all’educazione come missione al fine di condurre il popolo sulla via del progresso.
Plastino non è solamente un autorevole educatore e uomo di scuola. E’ anche brillante scrittore dalla facile vena poetica. Di lui è ammiratore Francesco Torraca, il quale scrive: “E’ uno dei maestri valenti che accettano il loro compito come missione, che fanno miracoli di abnegazione e di energia”. Giovanni Plastino scrive anche i testi “Don Sempronio” e “L’impresa Teatrale”, due operette teatrali simpatiche e un po’ piccanti, musicate dal pianista Nicola Rosario Corona, un anziano galantuomo del posto, andate in scena con successo presso il locale teatro “San Carlino” nel 1880 la prima e nel 1881 la seconda. In queste rappresentazioni Plastino è anche componente dell’orchestra come violoncellista.
Nel 1886 pubblica, con la Tipografia Ercolani di Rionero in Vulture “Biblioteca Popolare Circolante Umberto I di Rionero (1° maggio 1884 - 30 aprile 1885-Relazione statistica). E’ anche segretario della Biblioteca comunale di Rionero. Traduce in vernacolo rionerese la Novella IX del Decamerone di Giovanni Boccaccio, riportata da Giacomo Racioppi in “ Storia della Lucania o Basilicata” nell’edizione del 1902.

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  Oggi che si vogliono intitolare le scuole elementari statali di Rionero, indicate genericamente ”Piano Regolatore”, per decenni rimaste senza nome, riteniamo che il nome, la personalità rionerese più degna e meritevole di essere ricordata per i suoi notevoli meriti pedagogici, didattici, culturali in genere sia Giovanni Plastino, esemplare educatore e illustre uomo di scuola. E ci permettiamo sommessamente ricordare che questo nome è stato da noi avanzato già in passato. Eventuali sospetti di natura malvagia sarebbero dunque inconsistenti. 

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3) - NICOLA RUSSO, MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE
 Rionero in Vulture, suo paese natale, gli ha dedicato una lapide marmorea



Parlare di patriottismo nell’era della globalizzazione, può sembrare fuori luogo. Un malinteso senso del cosiddetto federalismo può, in alcune parti d’Italia, celare il segreto desiderio di secessione e di lacerazione dell’unità patria. Noi riteniamo che non bisogna dimenticare gli uomini che hanno creduto, combattuto e sacrificatosi per l’Italia.
Nella schiera degli uomini che la nostra terra ha dato alla Patria possiamo tranquillamente annoverare il generale di corpo d'Armata Nicola Russo, ”Il martire dei campi di prigionia” (ha trascorso con grande dignità e inenarrabili sofferenze ben 12 anni, dal 1942 al 1954, quale prigioniero di guerra in Russia), medaglia d'oro al valor militare. Bene ha fatto, nei giorni scorsi, l’Amministrazione comunale di Rionero a ricordarlo nel 51° anniversario della morte, con un pubblico manifesto, quale fulgido esempio di patriottismo.
Nicola Russo nacque a Rionero in Vulture il 22 ottobre 1897 da Giovanni, commerciante, e da Caterina Farano. Frequentò la scuola media inferiore presso l'Istituto Tecnico di Melfi e le scuole normali a Lacedonia dove si diplomò nel 1916.
Nello stesso anno fu chiamato alle armi e l'anno dopo, 1917, fu inviato sul fronte albanese per frequentare il corso allievi Ufficiali di Complemento.
La sua carriera iniziò proprio in Albania e in zona di guerra, dove nel maggio 1918 conseguì il grado di Aspirante. Nel luglio dello stesso anno quello di Sottotenente e nel luglio del 1919 il grado di Tenente. Con questo grado fu trasferito, dalla zona di guerra in Albania, nella zona di armistizio sul fronte italiano, in Artiglieria da Montagna. In questo periodo fu decorato della Croce al Merito di Guerra per le campagne 1917 - 1918 - 1919. Fu congedato il 1920 e ritornò a Rionero dove riprese gli studi e partecipò al 1° Concorso per esami nel 1923, dopo aver fatto tirocinio presso le locali scuole elementari.
Vinto brillantemente il concorso, fu nominato, nello stesso anno, insegnante di ruolo in Ripacandida, dove esplicò la sua missione di maestro dal 1923 al 1925. In quest’anno vinse il concorso per il passaggio ad Ufficiale in servizio permanente e preferì rientrare nell'Esercito.
Volontario, prese parte alla campagna d'Africa per la conquista dell'Impero. Con la colonna del generale Santini partecipò all'occupazione di Adigrat, Macallé, Amba Alagi, Quoram, Dessié. Dichiarata finita la Campagna Etiopica, rimpatriò e, per malattia contratta in guerra, rimase in Italia e fu assegnato alla Scuola Centrale di Artiglieria a Civitavecchia, dopo aver ottenuto una seconda Croce al Merito di Guerra.

Allorché Hitler, annullando il superbo successo diplomatico conseguito da von Ribbentrop con Stalin (cioè il famoso concordato Urss - Germania, mentre a Mosca era la delegazione anglo-francese a trattare), invase la sterminata Russia, gravi preoccupazioni si ebbero in Italia, alleata ed obbligata a dare (senza esserne stata avvertita) il suo indispensabile contributo di sangue. L'illustre storico rionerese, Raffaele Ciasca, a buone ragioni riteneva che dove aveva fallito un Napoleone Bonaparte non poteva riuscire un " imbianchino" austriaco, se appena gli sfuggisse dalle mani quella " fortuna bendata" che era la guerra lampo, fattore indispensabile nella sterminatezza della terra in cui operava. E questo fattore gli sfuggì.
Col grado di Maggiore Comandante, del 1° gruppo del 52° Reggimento di artiglieria della Divisione "Torino", Nicola Russo prese parte alla II Guerra mondiale per le operazioni di guerra in Balcania, sulla frontiera occidentale e nella Campagna di Russia dal luglio 1941 al dicembre 1942.  Per le campagne 1941 - 1942 ottenne altre due Croci al Merito.
Il 2 dicembre 1942, durante il ripiegamento sul Do, e dopo un furioso accanito combattimento fu catturato e preso prigioniero con le armi in mano.
Il duro calvario della prigionia durò oltre undici anni, fra stenti, privazioni e patimenti inenarrabili.
Un episodio di fulgido eroismo, consumato in prigionia, contribuì a fargli avere in patria la medaglia d'oro. In un campo di concentramento i prigionieri erano allo stremo della sopportazione e minacciavano una rivolta in gruppo che sarebbe stata indubbiamente soffocata nel sangue. Fu l'ascetico animo eroico del Russo ad evitarlo. I soldati russi avrebbero inesorabilmente falciato chiunque si fosse avvicinato al reticolato che recingeva il campo. I prigionieri italiani erano ben consapevoli di ciò. Ma il grave rischio non fermò l'ufficiale italiano che, con sereno sprezzo della morte, andò incontro ai fucili mitragliatori, fino a sfiorarli col petto, chiedendo di parlamentare. I fucili non spararono e il nemico - ammirato da tanto coraggio - consentì, sia pure in via transitoria, a migliorare le condizioni dei prigionieri.
Al ritorno in patria Nicola Russo, minato nel fisico, ma non nello spirito fiero del combattente, aveva ancora 57 anni ma in pessime condizioni di salute. Dovette ricoverarsi all'Ospedale del Celio di Roma. Rimesso in salute, riprese servizio, beneficiò degli scatti di carriera con la promozione a generale.
Gli furono conferite numerose onorificenze, fra cui quella di Cavaliere della Stella Coloniale per la Campagna d'Etiopia, di Cavalier Ufficiale della Corona d'Italia per benemerenze varie, di Cavalier Ufficiale al Merito della Repubblica.
Al ritorno dalla Russia fu impaziente di rivedere il suo paese natale, ove fu accolto calorosamente con una grande manifestazione di popolo. All'arrivo del treno alla stazione di Rionero in Vulture, il 17 febbraio 1954 si affacciò al finestrino e salutò i concittadini portando la mano alla visiera. Tutti furono presi da commozione nel vedere che l'occhio sinistro era spento, sotto il caratteristico dischetto nero.
Durante i discorsi di bentornato in Piazza Giustino Fortunato, alla presenza di numeroso pubblico, avvenne un fatto curioso. Ad un certo punto il palco, su cui si trovavano i vari oratori (il sindaco, Alberto Amorosino, l'arciprete, don Michele Di Sabato ed altre persone, oltre allo stesso gen. Russo), cedette e quasi tutti finirono giù. Per fortuna nessun danno alle persone, solo un pò di paura.
Per qualche tempo Nicola Russo visse a Rionero nella sua casa, poi si trasferì a Roma ove si spense il 20 aprile 1958. Nel decennale della sua morte l’allora sindaco di Rionero in Vulture, Enzo Cervellino, dispose l'apposizione di una lapide con medaglione marmoreo del gen. Nicola Russo, realizzata negli stabilimenti di Ludovico Bertoni di Pietrasanta di Lucca, in Piazza Giustino Fortunato perché fosse ricordato il valoroso soldato, l'uomo integerrimo, l'ufficiale prestigioso quale esempio fulgido d’amore per la patria e per la città che gli dette i natali.
Nella lapide suddetta c'è, però, un errore di trascrizione della motivazione per il conferimento della medaglia d'oro, giacché inizia con la parola " Combattente" anziché " Comandante".

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4) - G.FORTUNATO FRA QUESTIONE MERIDIOANLE E UNITA’ D’ITALIA
Riflessione a Rionero in Vulture nel corso del V Certamen Fortunatianum.



“Questione Meridionale - Questione Nazionale. Unità nazionale e Federalismo fra autonomia, sussidiarietà e solidarietà”. Su questo tema sempre di attualità si è incentrata la V edizione del “Certamen Fortunatianum” promosso ed organizzato nei giorni 23 e 24 aprile scorsi dall’Istituto di istruzione superiore “Giustino Fortunato – Liceo Scientifico “Brocca”- Liceo classico Pedagogico- Liceo Socio Psico Pedagogico “Brocca” presso il Campus di Rionero in Vulture con il sostegno della Regione Basilicata, dell’Ufficio scolastico regionale della Provincia di Potenza e del Comune di Rionero in Vulture.
L’interessante iniziativa culturale, ormai un classico nel panorama delle attività di prestigio scolastico, ha visto coinvolto 32 studenti, provenienti da Istituti superiori non solo della Basilicata ( Palazzo San Gervasio, Genzano di Lucania, Venosa, Bernalda, Potenza e Matera) ma anche della Puglia (Altamura, Margherita di Savoia) e della Campania ( Eboli), che si sono cimentati in un concorso basato su due sezioni: saggistica e multimediale. Nella prima prova sono stati commentati tre brani di storia meridionalistica: “Nord e Sud, prime linee di un’inchiesta sulla ripartizione territoriale delle entrate e delle spese dello Stato in Italia”, Francesco Saverio Nitti, 1900; “La questione meridionale e la riforma tributaria”, Giustino Fortunato, 1904; “Traduzione e attualità del meridionalismo”, Salvatore Cafiero, 1989.
Un’occasione importante  offerta ai giovani studenti per riflettere sul pensiero e sull’opera di Giustino Fortunato, padre e suscitatore della questione meridionale. E i concorrenti sono stati veramente all’altezza della situazione sia per l’impegno nella ricerca storica e sia per lo spessore culturale dei lavori prodotti.
“Non è stata un’operazione facile – ha sostenuto il prof. Marco Paolino, presidente della commissione giudicatrice, selezionare i vincitori, poiché tutti i lavori presentati sono risultati ben elaborati e meritevoli della massima attenzione”.
Questi i premiati : sezione multimediale - 1° posto ( premio di 500 euro) Marco Savino Doronzo, del Liceo scientifico “Aldo Moro” di Margherita di Savoia, col lavoro dal titolo “Federalismo: l’incognita italiana”; 2° posto Maria Sabia, Pasquale Di Nuzzo, Simone Marcone, Stefania Postiglione e Rocco Summa del liceo scientifico “Pasolini” di Potenza; 3° posto Immacolata De Simone e Luigia Ungolo  del liceo“ Ettore Majorana” di Genzano di Lucania .
Sezione saggistica: I° premio( 500 euro) ex equo a Maria Carmen Favale del liceo Scientifico “Maiorana” di Genzano di Lucania e a Sabina Piscopo del liceo classico “Cagnazzi” di Altamura (Bari). 2° premio ex equo ad Annalisa Nenna e a Maria Elena Cavallo, entrambe del liceo “Aldo Moro” di Margherita di Savoia.
Menzione speciale, con premio complessivo di 300 euro, per tre studenti dell’Istituto “Giustino Fortunato” di Rionero, fuori gara per ovvi motivi di opportunità, a Pierangela Di Lorenzo ed Emiliana D’Anella ( liceo classico) e a Simone Cavallo (liceo scientifico).
La due giorni di intensa programmazione culturale ha visto impegnati autorevoli docenti di varie università che hanno ampiamente relazionato sulla figura di Giustino Fortunato e la sua posizione nei confronti della questione meridionale e dell’unità d’Italia. Ad aprire l’importante  evento culturale, la brillante ed efficace introduzione della dirigente scolastica prof.ssa. Giuseppina Cervellino e l’intervento dell’ispettore del ministero dell’Istruzione  Francesco Fasolino, seguito dal  seminario storico, coordinato dal prof. Giuseppe Fonseca dell’Istituto studi Filosofici di Napoli, il quale  si è soffermato sul tema del Certamen “ Questione meridionale, questione nazionale”. Il convegno storico è  proseguito con le relazioni del prof. Marco Paolino, docente presso l’Università “La Tuscia” di Viterbo su ”Fortunato e federalismo”, del prof. Giuseppe Moro dell’Università di Bari su “Federalismo: opportunità  o rischio” e concluso dal prof. Giampaolo D’Andrea, dell’Università della Basilicata, con la relazione su “ Unità nazionale, federalismo e autonomia dai tempi del Fortunato ad oggi”.
Non è mancata la presenza del sindaco di Rionero, Antonio Placido, il quale, nel suo intervento ha, fra l’altro, comunicato la prossima definizione della costituzione della Fondazione “Giustino Fortunato”.
L’articolato programma dell’evento ha previsto anche la presentazione dei percorsi formativi del Certamen a cura del referente prof. Urbino, la pubblicazione degli Atti delle precedenti quattro edizioni del Certamen curati dal prof. Corbo, una riflessione su “La cultura dell’autonomia e le contraddizioni del federalismo” da parte dei professori Ciampa, Libutti, Vaccaro, la proiezione del cortometraggio “Tanti auguri a te” a cura del laboratorio di analisi  comparata del prof. Miranda, un giornale  on line  e gemellaggio con i giovani d’Europa curato dal prof.Monti, oltre ai  percorsi artistici e del linguaggio a cura dei professori.  Lamorte, Stigliani, Lopes, Linzalata, Monti e un saggio di musica classica e moderna a cura dei professori Barbieri, Almaz e Paolillo. Interessanti le rappresentazioni teatrali “Notre Dame de Paris” di Victor Hugo con gli studenti del liceo scientifico e del pedagogico preparati dalle  prof.sse Di Lonardo e Preziuso,  dell’ ”Edipo Re” di Sofocle  con gli studenti del liceo classico coordinati dai professori Tucciariello e Preziuso. Ancora, presso la “Villa Catena” un interessante “spaccato” di vita gitana ( balli, canti e musica originali)  a cura del prof. Plastino con la partecipazione dei “Cavalieri di Bianca Lancia” di Lagopesole e dell’Associazione “Le Mele marce”. Infine  la presentazione di un ipertesto sul federalismo  curato dagli alunni della scuola media “Michele Granata” di Rionero, naturalmente fuori concorso.
Grande soddisfazione è stata espressa, a conclusione dell’evento,  dalla dirigente dell’Istituto “G. Fortunato”, Giuseppina Cervellino che, fra l’altro, ha preannunciato  che, dalla prossima edizione, il Certamen Fortunatianum sarà aperto anche alla partecipazione  degli studenti delle scuole inferiori, visto l’apporto e l’interessamento mostrati in questi anni dalla scuola media “M.Granata”.
 
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5) - IL FEDERALISMO: INCOGNITE PER IL MEZZOGIORNO.
Riflessioni in un incontro organizzato a Rionero dall’Unilabor “E. Cervellino”

Nel giorno in cui (29 aprile scorso) il Senato della Repubblica votava la legge sul Federalismo (approvata, fra l’esultanza di Bossi e dei suoi, con 154 voti a favore, 887 astenuti e 8 contrari), la locale l’Università delle tre età (Unilabor), intitolata al compianto prof. “Enzo Cervellino”, ha promosso ed organizzato un interessante incontro sul tema “ da Fortunato ( spirito unitario) a Bossi ( federalista)”.
L’encomiabile iniziativa culturale, promossa in collaborazione con l’UNLA ( Unione Nazionale Lotta contro l’Analfabetismo) e l’UCIIM (Unione Cattolica Italiana Insegnanti Medi) nell’ambito dei periodici “Incontri con la Storia” e tenutasi presso il Centro sociale “Pasquale Sacco”, ha visto la presenza di numerosi ed interessati partecipanti, fra cui molti iscritti al locale Centro anziani comunale, col presidente Mauro Sasso, i quali, nel corso del vivace dibattito seguito alla brillante relazione tenuta dal prof. Donato Pruonto, attento studioso di problematiche storiche e sociali italiane, non hanno fatto mancare il loro contributo di idee e di acute riflessioni.
L’incontro, aperto da una puntuale introduzione della prof.ssa Gina Bozza, presidente dell’Unilabor rionerese, è stato incentrato sulla dotta “lezione” del relatore prof. Donato Pruonto, il quale, sulla base del pensiero di illustri meridionalisti, da Giustino Fortunato a Francesco Saverio Nitti, da Gaetano Salvemini a don Luigi Struzzo, ha tracciato un breve excursus storico della questione meridionale e sulle possibilità ( almeno auspicate fin da allora) di un decentramento istituzionale al fine di risollevare le condizioni socio- economiche del Mezzogiorno d’Italia.  Sono così emerse le posizioni di Fortunato, strenuo sostenitore dell’unità d’Italia, convinto che l’intervento dello Stato potesse creare le premesse di un progresso delle popolazioni meridionali e quelle di Nitti, di Salvemini e anche di don Sturzo che auspicavano una certa autonomia delle istituzioni locali ( quasi un regionalismo) che potesse dare linfa e sicura spinta al miglioramento delle condizioni di vita nel Mezzogiorno.
Ovviamente il discorso è caduto sull’attuale riforma fiscale contenuta nel Federalismo, voluta e perseguita tenacemente dalla Lega Nord di Umberto Bossi. Numerose sono state le perplessità manifestate nel corso dell’incontro sul reale vantaggio che tale riforma potrà avere il Mezzogiorno d’Italia, unanimemente riconosciuto come più debole, dal punto di vista economico e produttivo, rispetto al resto del Paese. Che ci sia stato ( e c’è tuttora) un divario fra il Nord e il Sud d’Italia è un dato acquisito. Alcuni anni fa ( 15 giugno 2000) sul Corriere della Sera Angelo Panebianco scriveva. “ Tutti sanno che è meglio curarsi in ospedali del Centro Nord ( da Firenze in su) che in uno del centro Sud (da Roma compresa in giù), che è meglio mandare i propri figli in una scuola del Nord, eccetera… Non c’è alcun rischio che il federalismo fiscale trasformi i servizi pubblici del Sud in servizi di serie C, per la semplice ragione che essi sono già da sempre in condizioni deplorevoli”.
Nel corso del dibattito, ci si è chiesto se il Federalismo, ormai legge dello Stato, che riconosce autonomia fiscale alle regioni ed Enti locali, apporterà benefici al Mezzogiorno d’Italia. E’ vero: il federalismo fiscale approvato è una legge delega e che il testo contiene solo principi e linee guida e che toccherà ai decreti delegati trasformali in norme, disposizioni organizzative, cifre ecc. Di qui la responsabilità della classe politica meridionale ( ed in particolare della Basilicata, che può contare sulla preziosa risorsa del petrolio) di farsi valere e, fra l’altro, fare in modo che il cosiddetto “fondo perequativo” possa consentire realmente alle regioni più deboli del Mezzogiorno di integrare e sopportare il deficit di contribuzioni fiscali delle sue popolazioni. Molti degli intervenuti al dibattito hanno pure lamentato la scarsa informazione sul reale contenuto del Federalismo fiscale, ormai legge dello Stato, attribuendo tale lacuna alle istituzioni pubbliche e soprattutto alla nostra  classe politica.
  


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